Dietro la pagina 2 novembre 2026 · 2 min di lettura roman republic juno moneta denarius roman mint Marco J. Rowen

La moneta che mostra come fu fatta

Un denario con una dea da un lato e, dall'altro, un'incudine, un martello e una tenaglia: una moneta romana che mostra l'officina in cui fu battuta.

La moneta che mostra come fu fatta
Immagine: Denarius of T. Carisius, Rome, c. 46 BC, RRC 464/2, The British Museum (Pippa Pearce) / Portable Antiquities Scheme, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Un denario d'argento coniato a Roma intorno al 46 a.C. mostra su un lato la testa di una dea, con i capelli acconciati con cura, e dietro di lei una sola parola: MONETA. Sull'altro lato non c'è un dio, non c'è una battaglia, non c'è un antenato illustre. C'è un'officina. Al centro un'incudine con un oggetto appoggiato sopra, ai lati una tenaglia e un martello, il tutto racchiuso in una corona d'alloro, con il nome del magistrato in alto: T. CARISIVS.

Poche monete romane parlano con tanta franchezza della propria origine. Di solito il denaro racconta vittorie e virtù; questo racconta se stesso. La dea è Giunone nel suo aspetto di Moneta, il cui tempio sorgeva sull'Arce, la sommità settentrionale del Campidoglio, e la zecca di Roma viene in genere collocata lì accanto. È così che il suo epiteto passò alle monete e, molti secoli dopo, a parole che usiamo ogni giorno, come moneta e monetario, fino all'inglese money. Gli antichi lo spiegavano con il verbo latino monere, avvertire, e raccontavano più di un episodio di avvertimenti dati dalla dea. Gli studiosi moderni sono prudenti su ognuno di quei racconti, e anche il punto preciso in cui sorgeva la zecca è ancora discusso, ma il filo che lega il tempio, l'officina e la parola è tra i più robusti dell'etimologia romana.

Tito Carisio fu uno dei giovani magistrati responsabili della zecca in un anno in cui Cesare dominava Roma, e firmò diversi tipi di moneta. Questo è quello che tutti ricordano, perché ci porta dritti nella stanza in cui le monete nascevano. L'oggetto sopra l'incudine fa discutere da tempo: i più ci riconoscono il conio superiore, ornato da una ghirlanda, altri il berretto a punta di Vulcano, il dio fabbro. Mi piace che la moneta conservi un po' del suo mistero proprio mentre ci mostra i suoi attrezzi.

Mentre lavoravo a Inside the Roman Mint, questo denario ha cambiato il modo in cui ho impostato tutto il libro. Avevo pensato di partire dagli imperatori, dai metalli, dalle quantità coniate. Carisio mi ha riportato alle mani: chi teneva ferma la tenaglia, chi calava il martello, quell'istante di calore e di rumore attraverso cui ogni piccolo disco doveva passare. La corona d'alloro intorno agli attrezzi sembrava dire che anche quel lavoro meritava il suo onore, e volevo che i capitoli glielo restituissero.

Ogni volta che la guardo torno alla stessa domanda. Chi decise che un martello e una tenaglia meritavano un posto sulla moneta? Un gesto d'orgoglio dell'officina, uno scherzo colto sulla dea, o semplicemente un giovane magistrato che trovava gli attrezzi del suo ufficio più belli di qualunque trofeo?

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INSIDE THE ROMAN MINT
Denario di T. Carisio, ca. 46 a.C.: Moneta e gli attrezzi della zecca
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